Cosa fare da piccoli


Cosa fare da piccoli

Di solito la domenica mi dedico a mettere ordine alle carte e agli appunti accumulati sulla scrivania durante la settimana. Leggo, sfoglio, archivio, cestino.
Carta e digitale a pari merito, in una schizofrenia tipica credo di quelli della mia generazione, i genitori dei millennials per intenderci.
Mi imbatto così nella ricerca di Interbrand (2016) con tanto di classifica dei primi “100 Best Global Brand”. Quelli che messi insieme determinano un valore economico di 1.796.384 milioni di dollari, con un + 4,8% rispetto all’anno scorso.
Mi piace questo segno + che diciamo solleva lo spirito di stagnazione ahimè ancora molto presente in consessi vari e secondo me, contagioso come la peste.
Quindi visto che si parla di un bel + 4,8% decido di leggermi tutta la ricerca.
Mi interessa particolarmente quello che lo studio ha inteso dimostrare, e cioè come “i grandi brand siano in grado di far crescere le aziende attraverso quella che è l’identificazione del brand con il business”.
Il brand come interfaccia tra le aziende e le persone.
Il brand che ha un forte valore identitario e diventa di per sé un simbolo che va oltre il prodotto.
Amazon, Google, Facebook rappresentano la condivisione, l’informazione accessibile e quindi la disponibilità di qualsiasi cosa ovunque. E così non sono solo brand industriali o commerciali, ma sono Partner della nostra quotidianità.
Uau!
Il Best Global Brand è ormai riconosciuto a livello internazionale come sistema di valutazione finanziaria dei marchi, uno standard che analizza i modi in cui un brand influenza e crea benefici per l’organizzazione e per la società.
I fattori presi in considerazione da Interbrand sono 3: la performance finanziaria dei prodotti o servizi di quel brand, il ruolo nel processo di scelta da parte dei clienti e la forza competitiva del brand insieme al suo profilo di rischio.
Mi interessa molto una specie di definizione che i manager di Interbrand danno sul fatto che i BGB non subiscono mai il cambiamento (socio economico quindi di consumo) ma lo trascinano.
Quali sono questi 100 BGB?
Con ansia curiosa mi getto sulla classifica, 4 colonne a colori. La scorro cercando qualche pepita d’oro italiana, così come si scorrono le hit parade.
Prima di parlare di quelli di casa nostra, voglio capire perché accanto a ciascun brand ci sono 2 numeri e scopro che è la variazione in classifica rispetto all’anno scorso. Trovo due sole new entry, si tratta di HP al 48° posto e di Dior all’89°. In realtà HP appare due volte, come HP e HP Enterprise (44 e 48).
Poi c’è chi rispetto al 2015 ha perso ma anche chi è cresciuto del 48%, il record di crescita, e indovinate chi è questo fuoriclasse ? L’amico Facebook, che dal 23° posto dell’anno scorso arriva al 18°.
La tecnologia la fa da padrona.
Apple, Google Microsoft, IBM, Samsung (vedremo il prossimo anno come se la caveranno dopo la crisi Galaxy 7), Amazon sono entro le prime 8 posizioni.
Poi ci sono brand manufatturieri, come Lego e Nissan che crescono anch’essi rispetto a un anno fa. Ma anche Coca Cola, Mercedes Benz, e altri come McDonald’s e Disney nelle prime 15 posizioni.
Ma questi che sono i top dei top, cos’è che fanno per essere tali?
Spiega il super manager Manfredi Ricca di Interbrand “primo comprendono in modo profondo che cosa sta realmente a cuore delle persone; secondo creano una cultura interna che permea tutti i prodotti e servizi, terzo sviluppano un’organizzazione capace di offrire i prodotti o i servizi all’interno di esperienze distintive e coinvolgenti”.
Quindi: la relazione con le persone è il motore della crescita.
E saperlo fare è già di per sé “innovazione”.
A questo punto mi ostino e cerco qualche brand italiano.
Trovo solo Gucci e Prada, rispettivamente al 53°e 81° posto.
Quindi The Best Italian Global Brand sono come per tradizione, due brand storici del luxury system.
A onor del vero, Gucci ha solo l’origine, il nome e il quartier generale italiani perché sappiamo che è stata acquisita dal Gruppo Kering, il solito Francois Pinault insomma.
Non c’è molto da stupirsi, per altro la dimensione delle nostre aziende è spesso, in questi casi, il vero minus.
Insomma pur volendo e sapendo far bene le cose, come si fa a far la differenza nella vita di tutti i giorni di tante persone se si è troppo piccoli per essere determinanti?
Nel gioco dei mercati globali, le nicchie sempre nicchie restano.
Però sono troppi anni che vivo a contatto con le imprese e gli imprenditori italiani per potermi rassegnare all’ombra dell’ultimo sole e credo sia ora di far suonare la sveglia.
Prendiamo il successo di Amazon, all’8° posto per la GBG che è cresciuto del 33% in un anno perché “fa della prossimità e della facilità il proprio motivo di essere”.
Prendo spunto per raccontare un fatto molto recente di cronaca professionale e lascio a voi le conclusioni.
Lo stesso fatto riguarda due aziende diverse per categoria merceologica, una attiva nel settore alimentare e una nella categoria accessori moda; simili per dimensione (<5 mln fatturato) con l’obiettivo di crescere sui mercati esteri.
Vino e borse.
Budget limitato.
Distribuzione anche.
Alla ricerca della bacchetta magica, propongo loro un piano che prevede (anche) la commercializzazione on line su piattaforme già accreditate (marketplace verticali) e quindi con un pubblico già avvezzo all’acquisto a distanza. Certamente non basta avere un carrello sul sito per vendere. Il pubblico va coinvolto, reso protagonista, trattato come persona importante e non come cliente.
E ovvio il pubblico va cercato, formato e creato.
La risposta delle due aziende è stata: “ma ancora i numeri del commercio on line sono esigui”.
Questa è a mio parere un’osservazione miope.
Innanzitutto i numeri sono piccoli se paragonati a canali come la GDO, ma un’azienda piccola NON può permettersi la GDO.
Poi sono piccoli in Italia ma l’ecommerce permette di raggiungere tutto il mondo.
Ma innanzitutto, SÌ! Sono piccoli, ma anche voi siete un’azienda di nicchia che fino a oggi si è rivolta a un mercato davvero locale (spesso regionale), quindi che paura avete a vendere altri piccoli numeri?
Sarebbero tuttavia un incremento rispetto al fatturato attuale e dunque una strada da percorrere.
Una strada che non è facile, certamente e soprattutto non può prescindere dalla capacità di mettere il cliente al centro di qualsiasi processo, per offrirgli un’esperienza oltre che il mero acquisto, per arrivare in prossimità, perché acquistare on line è semplice per chi lo fa.
“ma si vendono oggetti di pregio on line?”, certo si vendono griffe e marchi d’eccellenza e Yoox ne è un esempio.
“ma il cliente si impressiona del costo di spedizione” perché dovrebbe? Chi acquista on line è abituato a pagare il “servizio” per ricevere quello che desidera
“ma ….”
Non esistono MA se un’azienda vuole crescere, esistono sicuramente scelte da fare e cambiamenti da intraprendere anche di tipo organizzativo e culturale.
Non è più tempo dei MA, è il tempo dell’azione.
Soprattutto se si è piccoli, tuttavia vantando tradizione, storia, qualità come nel caso di quelle aziende italiane dotate di Italian Factor.
E comunque Gucci e Prada sono su Yoox.
Naturalmente non basta l’ecommerce a risolvere i problemi, ma di sicuro è uno strumento da non trascurare.
L’ecommerce come strumento per l’internazionalizzazione?
Non è l’unico, ma è tra quelli che permettono di commercializzare all’estero e può essere un modo anche per testare i mercati oltre confine prima di fare investimenti di tipo distributivo.
Per concludere e tornare al titolo.
Cosa fare da piccoli? Innanzitutto smettere di piagnucolare e guardare i grandi.
In questa rubrica parleremo di PMI, di internazionalizzazione, di opportunità per esportare e per valorizzare il proprio Italian Factor.
Italian Factor, i casting continuano, sarà il titolo dell’articolo della prossima settimana.
Poi parleremo di Export Management: come attrezzarsi se non lo si è mai fatto.
E così via. Che di cose da dire e condividere ce ne sono tante, utili a chi fa impresa.
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