2° Incontro invernale di Roma dei Notai Cattolici (AINC)


2° Incontro invernale di Roma dei Notai Cattolici (AINC)

Si è tenuto a Roma il 14.10.2016 il secondo incontro annuale dei notai cattolici, a cui ha fatto seguito la tradizionale Assemblea statutaria per il rinnovo degli organi direttivi.  Ampia la partecipazione dei notai di tutta Italia, che potete ritrovare nel  servizio fotografico in calce al presente articolo.
Nel pomeriggio i notai cattolici si sono recati alle Ville pontificie di Castelgandolfo, per il momento artistico che caratterizza da sempre gli incontri romani invernali della Associazione notai cattolici (AINC)
Nella parte scientifico-spirituale della mattina l’Assistente ecclesiastico dell’AINC Don Orazio Pepe ha trattato il tema che vi riportiamo di seguito e di cui ha messo a cortese disposizione il testo originale integrale.  Ringraziamo Don Orazio Pepe per averci messo a disposizione lo scritto originale della sua prolusione che qui riportiamo integralmente. Potete ascoltarne anche alcuni passaggi nel video che vi presentiamo.

Don Orazio Pepe
Attese e prospettive di un’associazione di professionisti cattolici nell’odierna società italiana
“Il titolo di questa conversazione ci offre la possibilità di porci alcune domande previe rispetto al cammino spirituale che si apre oggi davanti a noi e, spero, proseguirà in futuro.
Attese= cosa vi aspettate da questa associazione? Prospettive= cosa vorreste realizzare come associazione?  Associazione= nella chiesa i membri di un’associazione “tendono, mediante l’azione comune, all’incremento di una vita più perfetta…” (can. 298 CIC). La nostra associazione è pubblica perché gode di personalità giuridica canonica, oltre quella civile, e come tale agisce in nome e per conto della Chiesa (can 313 CIC), infine può dirsi “cattolica”, perché è eretta dalla Chiesa (can. 300 CIC).  In breve, è necessaria incrementare la dimensione spirituale di ciascun membro dell’associazione e vivere la dimensione ecclesiale della stessa.
L’associazione agisce nell’ “oggi”, nella storia
Ma la storia è attraversata da un mistero, che è un mistero d’ iniquità: l’abbandono e il rifiuto di Dio!  Oggi, poi, potremmo dire, viviamo in un’epoca di abbandoni: i mariti abbandonano le mogli e queste i mariti; i figli abbandonano i genitori (soprattutto se anziani e non autosufficienti) e questi i figli, quando non li uccidono addirittura. Perché tutti questi abbandoni?  Perché si è abbandonato Dio! Perché vacilla la fede! L’abbandono più grande e più grave, infatti, è l’abbandono della fede da parte di tanti cristiani, non esclusi consacrati e sacerdoti, il che equivale all’abbandono di Gesù Cristo.
Questa mattina non voglio certo spaventarvi né mettervi ansia, ma solo stimolarvi a riflettere che nella nostra vita c’è l’infedeltà, cioè quella radice mortifera della non fede, ma, attenzione, c’è anche il rimedio!   Certo non possiamo ignorare che tutto ciò è dettato anche dall’influenza sulla nostra vita dei tempi che viviamo… Questo tempo, è segnato da tante positività, ma anche da pensieri oscuri e morbosi, da una ricerca smodata di ricchezze (spesso frutto di corruzione) e di comodità, da egocentrismi e da tante altre cose. La Chiesa tutta, rispetto al passato, oggi ha maggiore difficoltà a vivere nel mondo e a non essere del mondo. Ancora più difficile appare il dialogo con il mondo, quello fatto di persone reali. Molti, troppi preconcetti sulla Chiesa e sui cristiani impediscono questo dialogo, pertanto si è rifiutati, la paura poi, ci fa battere in ritirata rinchiudendoci spesso in microcosmi da cui si rischia di non uscire più, qui chiaramente voi laici avete una grande opportunità e un “luogo” chiaro di apostolato vivendo a contatto diretto con le realtà temporali. Sull’apostolato dei laici, sulla testimonianza dei laici nelle cose secolari, dal Concilio Vaticano II  in poi c’è una vasta ed ampia letteratura magisteriale.
Ma quando la nostra vita, le nostre comunità ecclesiali e le nostre associazioni fanno proprie le concezioni di vita del mondo allora inevitabilmente esse diventano decadenti. La decadenza si manifesta non tanto come rifiuto dei valori, quanto piuttosto come indifferenza a essi. La mentalità decadente non ha passione per la verità, non si cura del giusto per cui valga la pena di vivere e di pagare di persona. Essa cerca il proprio utile immediato ed è pronta ad affermare e negare la stessa cosa a seconda del vantaggio da trarre. Questa mentalità, solo in apparenza ottimista e buonista, è mediocre e corrosiva. Infatti corrode le basi della socialità e della fraternità, rendendo ciascuno più solo e abbandonato a se stesso, senza un ancoraggio che salvi, un amore che redima.
Notai cattolici: Raccogliere la sfida!
Allora la nostra associazione è chiamata a raccogliere la sfida e a mettersi in cammino. Anzi in maniera più diretta: volete mettervi in cammino? Se si decide di rimanere cristiani e cattolici, bisogna rimanere a certe condizioni, significa “abitare” in Cristo.
Il tirarsi indietro è il contrario della sequela, che è un cammino in avanti verso una condivisione sempre più profonda. Eppure il Vangelo è attraversato dalla reale possibilità del rifiuto di Gesù. Ciò è paradossale! Ma è così. E se è stato rifiutato Lui a noi non andrà meglio, se siamo veramente suoi. D’altronde il Vangelo spinge la chiesa ad annunziare il mistero pasquale a tutti gli uomini ma non dice che tutti vi aderiranno o quanti vi aderiranno.
Appartenenza reale, non formale
Perché vi dico queste cose, perché l’appartenenza a questa associazione non può essere solo formale, ma reale, e la realtà è Gesù Cristo.  Queste mie parole vogliono farci riflettere, questa mattina e nei prossimi giorni,  su una cosa: verificare se nella nostra vita non abbiamo anche noi, in maniera palese o velata, rifiutato Gesù Cristo.
Se fossimo arrivati a tanto sarebbe un dramma! Ma se ne abbiamo coscienza possiamo risollevarci…
Se, invece, vi stessimo arrivando, è il momento per fermarci e non cadere nel baratro…
Se ci stessimo avviando verso quella direzione, è il caso di stroncare sul nascere certe tentazioni…
Per fare ciò, risollevarsi, fermarsi, non imboccare la strada, bisogna che ci lasciamo guidare dalla Scrittura, perché lo Spirito Santo accendendo la Parola, questa “possa colpirci e straziarci, guarirci e santificarci, far nascere o rinascere la fede”.
Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che con la preghiera risuscita un morto.
Colui che per un’ora piange su se stesso è più grande di colui che ammaestra l’universo intero.
Colui che conosce la propria debolezza È più grande di colui che vede gli angeli.
Isacco il Siro (Discorsi ascetici 34).
La fede e il rifiuto di essa
Soffermiamoci a riflettere ancora sulla fede e sul rifiuto di essa nella nostra vita.  Il vangelo di Giovanni verso la fine del capitolo sesto riporta un episodio, nel quale si evidenzia molto bene i danni procurati dalla mancanza di fede (cioè assenza) o dalla non-fede (=surrogati della fede, far passare per fede ciò che fede non è) (Gv 6, 61-69).
È un brano che evidenzia come l’incredulità abbia raggiunto il cuore della comunità, dei discepoli: Gesù non per questo ammorbidisce il discorso, le sue parole rimangono chiare e immutate. Anzi fa al contrario spinge la riflessione alla radice della fede in quella misteriosa profondità in cui la grazia del Padre e la responsabilità dell’uomo sono chiamate ad incontrarsi. È lì che avviene l’accettazione o il rifiuto.
Gesù aveva detto nei versetti precedenti (vv. 51-58): “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
È importante capire il contesto che è anche eucaristico, ma non solo: Gesù fa un discorso o meglio una proposta che riguarda l’accoglienza e l’accettazione di tutta la sua persona nella vita del discepolo; è fondamentale quel per. È causa e fine. Il discepolo vive a partire da Gesù Cristo, grazie a Lui, e in funzione di Lui. Gesù Cristo è la causa della vita ed è il fine della vita del discepolo. Questa adesione totale a Lui è la fede!
Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?
Ma molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato ciò, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (v.60). Il discorso di Gesù è difficile da capire e da praticare (v.60) Perché quei discepoli arrivarono a lasciare Gesù? Arrivarono a tanto perché partirono dalla mormorazione (v.61). Ma cosa non capivano i discepoli? Che l’uomo non può ottenere la vita da se stesso: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». (v.65). Soltanto se rinunzia alla pretesa di fare da sé e riconosce la sua povertà, l’uomo si apre a queste parole di Gesù e accetta Gesù.
L’evangelista Giovanni dice che la folla seguiva Gesù perché “vedeva i segni che compiva sugli infermi” (v.2) e poi perché aveva moltiplicato il pane. Ma in essi non avviene il passaggio dal segno della fede alla realtà della fede. Ecco perché: “da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui (v.66)”
“Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». (vv. 67-69) In questo brano non c’è solo l’incredulità, c’è anche la fede degli apostoli. È la fede di ogni discepolo (v.68), “abbiamo creduto e conosciuto…” (v.69). Ma prima la fede che nasce dall’ascolto-obbedienza della Sua parola e poi la conoscenza, che approfondisce e radica sempre di più nel profondo della nostra esistenza la fede.
Allora s’impone una domanda: Sto seguendo Gesù Cristo e perché l’ho seguito? Cosa ho visto? Cosa mi ha affascinato di Lui? Bisogna ritornare all’origine, alla fonte della nostra sequela, della nostra fede”  (Don Orazio Pepe, Roma 2016)
***
Molto sentita la partecipazione dei notai cattolici da tutta Italia all’incontro invernale dei notai cattolici che, ripetiamo, si è svolto per la seconra volta a Roma. Qui di swguito, come promesso, una panoramica dei notai presenti ai vari momenti dell’incontro.

notaio Massimo d’Ambrosio – Pescara
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